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le abbazie

LA CERTOSA DI TRISULTI

A Trisulti, monastero ubicato alle falde del monte Rotonaria, nel comune di Collepardo, in diocesi di Alatri, la vita monastica comunitaria ha avuto inizio con la presenza e l’opera di San Domenico di Foligno, grande riformatore e fondatore di abbazie benedettine nel basso Lazio. Egli dette inizio, qualche anno dopo il Mille, ad un complesso monastico, di cui ci resta, oltre a numerosi ruderi, la parte centrale formata dalla chiesa e dalla sala capitolare lasciate, purtroppo, in abbandono. Dopo due secoli di presenza benedettina, il papa Innocenzo III decretò, nel 1204, il passaggio dell’abbazia e dei relativi beni all’ordine dei PP. Certosini, i quali inviarono sul posto quattro fratelli conversi per curare la costruzione di un nuovo monastero, più conforme al nuovo genere di vita monastica e meno esposto alla caduta dei massi. La costruzione della certosa fu avviata a poca distanza dalla vecchia abbazia. L’ingresso, in forma ufficiale, avvenne il 25 settembre del 1208, con religiosi inviati dalla certosa di  Casotto; nel 1211 la nuova chiesa fu consacrata e dedicata a San Bartolomeo apostolo dallo stesso papa Innocenzo III, il quale, in segno di paterna benevolenza, si fece costruire un palazzo, restaurato nel 1958, che ancora oggi è indicato con il suo nome. I continui lavori di ampliamento, di rifacimento e di abbellimento, che sono stati  effettuati attraverso tanti secoli, hanno contraffatto e camuffato la primitiva tipologia della certosa. Dal 1947 la Certosa è abitata e curata dai monaci cistercensi della Congregazione di Casamari, che continuano la santa testimonianza con una vita intessuta di preghiera e lavoro.
La piccola comunità monastica, priorato semplice dipendente dall’abbazia di Casamari, dà anima e vita alla vetusta certosa con una santa testimonianza di vita monastica nell’impegno dell’accoglienza di numerosi turisti e nella disponibilità, soprattutto nei giorni festivi, per il lavoro pastorale.

ABBAZIA DI MONTECASSINO

“L’abitato di Cassino è adagiato alle falde di un alto monte; il monte prima accoglie il paese in un’ampia insenatura, ma poi, impennandosi con una dorsale di circa tre miglia, quasi protende al cielo la sommità”…..Così il biografo , San Gregorio Magno, descrive il paesaggio dinanzi agli occhi di San Benedetto che giungeva a Cassino, dopo aver abbandonato Subiaco un tantino deluso, nella sua prima realizzazione monastica, dal compresso tra eremo e cenobio, tra vita solitaria e comunitaria. La decisione di lasciare Subiaco fu determinata, probabilmente, più dal desiderio di una migliore organizzazione monastica che dalla persecuzione, culminata nel disegno diabolico, del prete Fiorenzo, il quale avrebbe fatto scivolare nel chiostro sette fanciulle, ad insidiare le virtù dei monaci.
Era l’anno 529 circa. Benedetto non dovette incontrare gravi difficoltà di ordine giuridico nel prendere possesso dell’acropoli, dopo che la città aveva subito il saccheggio e la decimazione prima dai Visigoti e poi dai Vandali. Montecassino è divenuta, nel corso dei secoli, la luce dei popoli: la fiaccola della “minima” Regula Benedecti ha illuminato ed alimentato le genti dell’intera Europa, è stata, dopo la Bibbia, il testo più commentato e il punto di riferimento della spiritualità europea. Benedetto morì tra il 547 e il 548. Il suo corpo fu sepolto accanto alle spoglie della sorella Scolastica, nell’oratorio di San Giovanni Battista. Trent’anni dopo, nel 577, il cenobio fu messo a ferro e fuoco dai Longobardi di Zotone, per cui la comunità fu costretta a riparare in Roma, nel monastero di San Pancrazio in Laterano. Nel 718 il papa Gregorio II affidò la missione della rinascita materiale e spirituale dell’antico cenobio al monaco bresciano Petronace a cui, ben presto, furono affiancati i monaci sassoni Villibadlo e Vinnebaldo. Essi, in contesto politico inquieto, funsero da anello di congiunzione tra la cultura e la presenza franca e quella longobarda. Montecassino divenne luogo d’incontro e asilo di eremite presenze come quelle di Carlomanno, fratello di Pipino il Breve, che, dopo aver rinunciato alla corona d’Austrasia, emise nel 747 la professione monastica, di Ratchis che, pur con qualche tentennamento, preferì la quiete del chiostro al trono di Longobardia, di Anselmo fondatore dell’abbazia di Nonantola e anche di Ademaro di Corbie, zio di Carlo Magno. La caduta del regno di Desiderio, nel 774, propiziò l’arrivo del grande storico e grammatico Paolo Diacono, che avrebbe segnato culturalmente la vita dell’abbazia. Poco oltre la metà del IX secolo fu eletto abate Bertario, una delle personalità più interessanti di tutta la storia cassinese. Egli ottenne dal papa Giovanni VIII il privilegio dell’esenzione da ogni autorità politica e religiosa e la protezione apostolica sull’abbazia, curò inoltre, la fortificazione del monastero e della cittadella di San Salvatore. Uomo di alta elevatura intellettuale, impresse forte impulso allo scriptorium e incrementò lo studio delle scienze sacre e profane: a lui si deve, probabilmente, l’introduzione dell’astronomia tra le discipline del cosidetto quadrivio. Eglì morì nella cittadella di San Salvatore, nell’883, combattendo contro le truppe saracene inviate da Docibile di Gaeta che avevano già distrutto il monastero. Nel frattempo la maggior parte della comunità era riuscita a mettersi in salvo, prima a Teano e, pi, a Capua. Essa venne ricondotta sul sacro monte nel 950, pur rimanendo in qualche modo legata alla politica della corte di Capua. L’abbazia fu sottratta a questo potere, solo grazie agli interventi dell’imperatore Enrico II nel 1022 e di Corrado II nel 1038, che le ridiedero ordine e disciplina. Quando fu eletto abate al cardinale Federico di Lorena, la comunità si inserì nel movimento della riforma e, dopo che il medesimo Federico fu innalzato al soglio pontificio con il nome di Stefano IX, l’abbazia conobbe il periodo più fulgido della sua storia: dalla comunità furono eletti, sino alla fine del secolo, un altro pontefice, tredici cardinali e quattordici tra vescovi e arcivescovi. Con la benedizione del nuovo abate Desiderio, il 9 aprile 1058, per l’abbazia ebbe inizio “l’età dell’oro”, che dai contemporanei è stata celebrata come renovatio delle arti, delle lettere e delle scienze.  L’abate Desiderio intraprese, nel 1066, la ricostruzione della chiesa dove erano custodite le spoglie di San Benedetto. Per l’architettura egli si inspirò, secondo i principi della riforma, all’eredità paleocristiana: curò l’acquisto in Roma di “colonne basi, capitelli e marmi di diversi colori” e adottò il modello di San Paolo fuori le mura. Per la decorazione, però egli fece venire da Bisanzio, “artisti, esperti nell’arte musiva e nella pavimentazione, gli uni per ornare l’abside, l’arcone e il vestibolo della basilica maggiore, gli altri per rivestire con diverse qualità di pietra il piancito della chiesa”.
La basilica fu consacrata dal papa Alessandro II il primo ottobre 1071. La disposizione degli ambienti conventuali, la struttura urbanistica dell’abbazia divenne, probabilmente, il modello vincolante dei monasteri benedettini italiani. Nell’anno 1349 ebbe luogo un forte terremoto in tutto il regno di Sicilia, così il monastero crollò interamente e non rimase in piedi nessun edificio. La ricostruzione successiva riprese l’impianto precedente che caratterizzò il monastero sino all’inizio del Cinquecento. Nei secoli XIV e XV l’archicenobio fu investito da una profonda crisi religiosa, politica, amministrativa e dovette subire l’istituto della Commenda, cioè l’affidamento dei beni dell’abbazia a persone estranee e residenti lontano che , in genere, si limitavano a sfruttare le rendite del patrimonio monastico. Nel 1504 l’abbazia entrò a far parte, con altri cenobi italiani, della Congregazione di –Santa Giustina da Padova, movimento promosso dal veneziano Ludovico Barbo. L’evento, che determinò anche l’abolizione della Commenda, segnò l’inizio di un’altra lunga stagione artistica che, nel corso dei secoli XVI e XVII, avrebbe mutato la fisionomia della struttura monastica: il monastero assunse, man a mano, quell’aspetto rinascimentale che, ad eccezione del rifascimento barocco della chiesa, ha conservato fino all’ultimo conflitto mondiale.
Nel febbraio del 1944 Montecassino ha subito la quarta tragica distruzione, ma, quasi Araba Fenice, è risorta rigenerata dalle sue proprie ceneri riprendendo le sue antiche sembianze e la sua missione storica.

Abbazia di Casamari
In territorio di Veroli è l’ Abbazia di Casari, costruita sui resti dell’antica Cereatae Marianae, patria del console romano Caio Mario, da quattro chierici verolani di nome Benedetto, Giovanni, Orso e Azzo nel 1005. Nell’anno 1152 ai Benedettini successero i Cistercensi, per opera di S. Bernando, mandato da Eugenio III.
I lavori di costruzioni dell’attuale Abbazia iniziarono nel 1203 (la prima fu benedetta da Innocenzo III) e furono affidati al monaco architetto Guglielmo da Milano. Nel 1217 essa fu consacrata da Papa Onorio III dedicandola ai Santi Giovanni e Paolo e alla Vergine Assunta.
Questa monumentale abbazia, seguendo le vicende di Veroli, ha avuto pagine gloriose e tristi di storia. Basta ricordare le devastazioni dei Saraceni, di Giovanni Calcola e Attendolo Sforza nel 1417, delle truppe napoletane nel 1799 e dei reazionari nel 1816.
Fortunatamente la massiccia costruzione ha resistito a tante barbarie, mantenendo intatta la purezza della linea e della grandiosità dello stile dell’architettura gotico -  cistercense in Italia.
Nell’entrare in abbazia si attraversa un passaggio sotto la casa abbaziale, anticamente riservata all’abate commendatario. La costruzione nel versante d’ingresso è ingentilita da una loggia a bifore, poggiante su un arioso arco a tutto sesto, che ne ingloba altri due di diversa dimensione.
Maestosa e severa è la facciata della Basilica. L’interno dell’atrio è formato da tre volte a crociera costolonate. L’ingresso principale è realizzato da un insieme di archi sorretti da semicolonne  pensili e da colonne negli angoli. La lunetta presenta motivi decorati con due croci greche e una stella floreale a otto raggi.
La Basilica ha forma di croce latina a tre grandi a tre grandi navate con ampie arcate a sesto acuto. La navata maggiore consta di sette arcate ogivali che danno luce ed entrata alle navate laterali. Inizialmente riceveva fasci di luce da 88 finestre, ma nel 1572, il cardinale Monelli, commendatario dell’abbazia, ordinò che molte finestre fossero chiuse a causa del freddo.
Nell’abside si aprono cinque monofore ed un rosone a sei lobi. Qui è collocato il coro dei monaci che originariamente, secondo le regole cistercensi, era previsto davanti l’altare maggiore.
Nel transetto si aprono 4 cappelle, mentre l’altare maggiore è sormontato da un baldacchino barocco donato dal Pontefice Clemente XI, che contrasta in maniera evidente con la funzionalità e la linearità della struttura gotico – cistercense.
Il chiostro quadrato presenta su ogni lato 4 bifore a tutto sesto. Sul lato sud è da notare un capitello con piccole teste che secondo la tradizione rappresentano Federico II, Pier delle Vigne e l’abate Giovanni V di Casamari.
Dal chiostro si può osservare il basso campanile con un piano di grandi bifore, rette da fasci di tre colonnine; esso fu ristrutturato nel XVII secolo.
La sala capitolare, di forma quadrata, rappresenta un vero gioiello di architettura. Quattro grandi colonne sorreggono la meravigliosa volta gotica cordonata.
Il refettorio è formato da una vasta sala divisa da sette possenti colonne cilindriche coronate da grossi capitelli ottagonali. In origine l’enorme ambiente era il dispensarium, cioè il magazzino dell’abbazia. All’interno del monastero vi è un Museo Pinacoteca, sistemato in diverse sale duecentesche. Ospita numerosi reperti archeologici rinvenuti nella campagna circostante, tra cui possiamo ammirare: cippi marmorei, residui di mosaici, monete romane, tronchi di statue e degli ex voto in terracotta. Nella pinacoteca si possono altresì ammirare opere raffiguranti: S. Antonio, e S. Agostino di Cecco del Caravaggio, La Deposizione di Filippo Draghi, Gesù e la Samaritana e La Fuga in Egitto di Annibale Caracci, La Madonna col Bambino e San Giovanni della Scuola di Raffaello. La Biblioteca conta circa 25.000 volumi, pergamene e incunaboli.
L’abbazia di Casamari con Regio Decreto del 28 febbraio 1874 è stata dichiarata monumento nazionale.

ABBAZIA DI FOSSANOVA
Nel comune di Priverno, nell’omonimo borgo sulla SS Marittima in direzione Terracina, si trova la celebre Abbazia di Fossanova, ritenuta il più puro esempio di costruzione cistercense in Italia. Nel 1187 i monaci cistercensi iniziarono i lavori dell’abbazia facendo scomparire il modesto edificio benedettino esistente.
La chiesa fu consacrata nel 1208. intorno allo splendido chiostro, in modo concentrico, furono costruiti la chiesa, la sala capitolare, i dormitori dei monaci, il refettorio, la cucina e il dormitorio per i conversi; di poco separati da questo complesso abbiamo il cimitero dei monaci, la foresteria e l’infermeria. Possiamo affermare che i maestri costruttori, attenendosi scrupolosamente a un preciso ordine urbanistico ed ad una razionale misura architettonica, hanno ottenuto risultati così straordinari da essere da modello e scuola a tutte le altre costruzioni della zona. Il chiostro, di forma quadrangolare, ha tre lati di stile romanico e uno di stile gotico. Una lunga teoria di elaborate colonnine binate, che sorreggono archetti a tutto sesto, scandisce in modo armonico gli spazi.
Un’attenzione particolare merita la complessa varietà di stili, intagli e bassorilievi delle colonnine. Ce ne sono lisce e tortili, intagliate e decorate, di stile cosmatesco, stile romanico e stile gotico. La chiesa, costruita tutta con pietra calcarea locale, esternamente è caratterizzata da un ampio e luminoso rosone, formato da ben 24 colonnine geminate che poggiano su un cerchio più piccolo e da un monumentale portale fortemente strombato. Nel timpano troviamo “l’ oculus”, di grandi dimensioni, quasi una rosa. La facciata, realizzata con perfetta alternanza di superfici piane e di cavità, di parti piene e di zone vuote, di linee rette e di curve, ottiene ottimi risultati dal punto di vista figurativo.
Sul corpo esterno della chiesa domina il tiburio, a due piani ed a pianta ottagonale: è un rifacimento posteriore, in quanto l’originario andò distrutto nel 1595 a causa di un fulmine. Esso è posto all’incrocio della navata centrale con il transetto e assume anche la funzione di torre campanaria. L’interno della chiesa è a pianta latina,con tre navate, tagliate perpendicolarmente dal transetto. Sette coppie di robusti pilastri scandiscono le campate. Le navatelle laterali, molto più piccole della navata centrale, presentano archi a doppia ghiera e grandi pilastri, che occupano notevolmente il già ristretto spazio.
L’interno, completamente privo di decorazioni, tranne pochi resti di affreschi del XIV secolo, da un senso di armonia e di equilibrio, in quanto le varie componenti architettoniche sono state concepite secondo un rigido principio delle proporzioni: la lunghezza della chiesa corrisponde a tre volte la larghezza; è uguale a quattro volte la larghezza del transetto e a quattro volte la larghezza della navata centrale, più la larghezza di una navatella laterale. I pilastri formati da grossi blocchi sagomati di calcare presentano delle semicolonne pensili con mensole coniche, che proiettandosi in alto sorreggono i robusti archi e le crociere.
A lato del chiostro, in una posizione più bassa, si trova la sala capitolare. Essa, a pianta quadrata, presenta la volta a crociere, ben evidenziate da robusti costoloni. Al centro della sala abbiamo due pilastri a fasce, sui quali vanno a scaricarsi le volte. La sala è illuminata verso il chiostro da una semplice porta e da due belle finestre bifore con colonnine binate. Tale sala fu ricostruita intorno al 1250, secondo lo stile detto “ gotico fiorito “. Il refettorio, edificato di fronte al lato gotico del chiostro, è a pianta rettangolare, diviso in sei campate da cinque archi a sesto acuto. Esso presenta, addossato alla parete di destra, un interessante pulpito per il monaco lettore, inserito in una delle due arcate della parete. In una piccola cella dell’adiacente foresteria abitò e morì San Tommaso d’Aquino nel 1274.

ABBAZIA DI VALVISCIOLO
Edificata in rigoroso stile romanico-cistercense è uno dei massimi capolavori del genere della provincia dopo l'abbazia di Fossanova. La tradizione vuole che questa abbazia sia stata fondata nel XII secolo da monaci greci e sia stata occupata e restaurata dai Templari nel XIII sec. Quando nel XIV secolo questo ordine venne disciolto subentrarono i Cistercensi.
A questa abbazia è legata una leggenda medioevale, dove si narra che nel 1314, quando venne posto al rogo l'ultimo Gran Maestro Templare, Jacques de Molay gli architravi delle chiese si spezzarono. Ancora oggi, osservando attentamente l'architrave del portale principale dell'abbazia, si riesce a intravedere una crepa. Gli indizi della presenza Templare sono costituiti da alcune caratteristiche croci: nel primo gradone del pavimento della chiesa, nel soffitto del chiostro e quella più famosa di tutte scolpita nella parte sinistra dell'occhio centrale del rosone, venuta alla luce nei restauri di inizio secolo. In tempi recenti, sul lato occidentale del chiostro, abbattendo un muro posticcio, sono venute alla luce, graffite sull'intonaco originale, le cinque famose parole del magico palindromo: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS, con la variante, sinora un unicum, che le venticinque lettere sono disposte in cinque anelli circolari concentrici, ognuno dei quali diviso in cinque settori, in modo da formare una figura simile ad un bersaglio.
Nel 1411 l'abbazia fu ceduta in commenda a Paolo Caetani. Nel 1523 fu declassata da Clemente VII a priorato semplice. Nel 1529 fu ridotta a priorato secolare. Tra il 1600 e il 1605 fu abitata dai cistercensi della congregazione dei Foglianti fino al 1619. Tra il 1619 e il 1635 l'abbazia fu abitata dai Minimi di san Francesco di Paola. Tornarono nuovamente i Foglianti che l'abitarono fino alla Soppressione degli Ordini religiosi voluta da Napoleone Buonaparte. Pio IX fece due importanti visite all'abbazia nel 1863 e nel 1865. Fu per volere di Pio IX che l'abbazia divenne priorato conventuale dipendente dalla congregazione di Casamari. Il 5 luglio 1888 il Priore D. Bartolomeo M. Daini riscattò il complesso monastico messo all'asta dal Comune di Sermoneta con la somma di 10.150£. Ora l'abbazia continua ad essere abitata dai monaci cistercensi della congregazione di Casamari.
Architettura
L'interno della chiesa, a tre navate suddivise da pilastri e colonne, presenta pareti spoglie di affreschi secondo i canoni del "memento mori" dei cistercensi che evitavano gli sfarzi architettonici perché non contava per loro la materialità ma, invece, la spiritualità.
Sfondo della navata sinistra si trova la cappella di San Lorenzo. Affrescata nel 1586-89 dal pittore Niccolò Circignani detto il Pomarancio su commissione del cardinale Enrico Caetani e di Onorato IV. Questo ciclo di affreschi fu realizzato in occasione della visita di papa Sisto V nel ducato Caetani. All'interno della cappella vi sono molti cenni autocelebrativi riferiti al titolo ducale che nel 1586 fu concesso proprio a Onorato IV.Infatti vi sono presenti moltissime corone ducali sorrette da puttini. Interessantissimo l'autoritratto del Pomarancio che la studiosa Sonia Testa ha scoperto fra la decorazione a grottesche della volta, in prossimità delle due vele con l'episodio in cui San Lorenzo opera la conversione di Lucilio e quella con l'episodio in cui san Lorenzo battezza in carcere san Romano. Sopra il portone d'ingresso si può notare un rosone.Il chiostro sito alla destra dell'abbazia guardando la facciata ha un giardino vivacemente colorato.
L'abbazia è ubicata in una piccola valle per tradizione medievale detta dell'usignolo.

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